Anche quest’anno l’Avvento ci ha ricordato che il Signore viene (I domenica), e che per incontrarlo abbiamo bisogno di una sensibilità aperta, non chiusa in noi stessi (II domenica). Questa terza domenica siamo invitati a non scoraggiarci, a perseverare. Lo chiede Gesù al povero Giovanni che aveva previsto un’imminente grande ‘pulizia’ dal male, ma è in carcere. Giacomo a sua volta, nella seconda lettura, invita ad essere costanti come dei contadini che hanno seminato. Il tempo è un buon alleato del seme e della terra. Di ogni seme. Di ogni terra. Da sempre.
La parola greca che Giacomo usa per dire questa costanza risuona come ‘animo grande’. Può apparire eccessiva per il lavoro della terra, ma va proprio bene per l’incontro col Signore.
Il bambino già fin dai primi mesi di vita impara ad ag-giustarsi ai rapporti, specialmente a quelli a cui tiene. Anche io adulto ho bisogno di aggiustarmi a rapporti nuovi, o a rapporti che variano. È un ‘imparare’ che fa bene. A volte però rischio di leggere questa fatica come ‘inganno’: l’altro non ha mantenuto la promessa, non è stato ai patti… oppure: mi sono stupidamente illuso.
Lo schema dell’inganno è una trappola che mi chiude. Se lo applico al Signore mi restringe il cuore, come dice Isaia nella prima lettura; toglie motivazioni alle mie mani e blocca le mie ginocchia.
Il nostro don Andrea ha scritto su Cristo ‘deludente’. La delusione può essere una grazia, una ‘chiamata’: ad aprirci ulteriormente, ad aggiustarci, o, specialmente con Dio, a lasciarci aggiustare. Ci chiama appunto ad un ‘animo grande’ che vede oltre, aperto ad una meta più condivisa, più attenta all’altro, al di là del nostro piccolo mondo. Mete grandi ci allargano il cuore. A modo loro però, non a ‘nostro’ modo. E meritano che siamo costanti.
don Giuseppe, collaboratore parrocchiale