Nei giorni scorsi la «tunica tutta d’un pezzo di Cristo» (cf. Gv 19,23) ha ricevuto un nuovo strappo. Con l’ordinazione di quattro vescovi senza mandato apostolico a Écône, in Svizzera, la Fraternità Sacerdotale San Pio X ha consumato un doloroso scisma.
La vicenda coinvolge alcune migliaia di cristiani, convinti di custodire, seguendo la Fraternità, la vera fede cattolica, ma anche tutti noi. Come ogni divisione, questa ferita suscita profondo dispiacere e invita a pregare e operare con fede per l’unità. Al tempo stesso, spinge a riflettere sulla Chiesa che il Signore desidera oggi. Le tante discussioni su web e giornali sulla liturgia prima e dopo il Concilio Vaticano II sembrano spesso trascurare proprio questo aspetto decisivo.
La priorità non è scegliere tra latino o lingue correnti, o tra diversi paramenti, ma comprendere quale Chiesa siamo chiamati a esprimere in questo tempo perché tutti possano sperimentare la salvezza del Signore.
Il Concilio Vaticano II ci ricorda che, superata ogni rigida separazione tra clero e laici, tutti i battezzati partecipano dell’unico sacerdozio di Cristo. Da questa radice nasce una Chiesa chiamata a vivere la liturgia anzitutto nella quotidianità, facendo della propria vita un’offerta d’amore a Dio e ai fratelli e celebrando l’Eucaristia domenicale come
fonte e culmine della propria esistenza. La riscoperta che i «semi del Verbo» sono seminati ovunque (Ad gente, 11), ci incoraggia ad abitare il mondo con sincera simpatia, per condividerne «gioie, speranze, tristezze e angosce» (Gaudium et spes, 1) senza giudizi, riconoscendo il valore della coscienza e della libertà religiosa. Non è quindi legittimata alcuna pretesa di superiorità e trionfalismo, né incoraggiata alcuna separazione dagli altri, se non un lasciarsi gettare come lievito nella farina, perché tutta sia fermentata (cf. Mt 13,33).
La sfida posta dalla Fraternità San Pio X – e da chi ne condivide le posizioni senza un formale scisma – non riguarda la Messa in sé, ma il modo di vivere insieme la fede. La Chiesa è chiamata a stare nel mondo come segno umile della grazia di Dio per tutti.
Questo richiede uno sguardo fiducioso verso ogni persona, nella consapevolezza che il Signore è già all’opera, anche dove non sembra “trionfare”. Continuiamo a pregare per l’unità, convertendo tutti il cuore a Dio che si è rivelato un tempo, portando a compimento ogni cosa in Cristo Gesù, ma parla ancora oggi alla sua Chiesa.
don Silvano, il parroco